Ailex (Alessio Coffetti): «La mia musica? Pop elettronico sperimentale. E il pezzo più bello non è ancora uscito»
Si chiama Alessio Coffetti, in arte Ailex, viene dalla Provincia di Brescia e ha iniziato a cantare a otto anni perché un animatore di villaggio turistico ha cambiato la direzione della sua vita con una frase ai suoi genitori. Da lì: coro di voci bianche, Conservatorio Verdi di Milano, e un percorso che lo ha portato a scrivere, comporre, arrangiare, mixare e masterizzare tutto da solo. È uno di quei musicisti che il sistema fatica a inquadrare proprio perché non ha bisogno di nessuno. Lo abbiamo incontrato per parlare di Radiohead, di blocchi creativi, di album in uscita e di un brano lungo quasi sette minuti che considera la realizzazione di un sogno.
Da dove vieni e quando hai capito che la musica sarebbe diventata centrale?
Sono della Provincia di Brescia. Ho iniziato molto presto: a 8 anni un animatore di un villaggio turistico è rimasto colpito da una mia performance canora e ha consigliato ai miei genitori di farmi studiare musica. Poco dopo sono entrato a far parte di un coro di voci bianche, e da lì non mi sono mai fermato. Oggi sono iscritto al Conservatorio Verdi di Milano.
Chi ti ha formato come musicista? C’è una canzone che ha cambiato il tuo modo di ascoltare?
La mia influenza primaria attuale è la musica dei Radiohead. La canzone a cui sono più legato è Daydreaming — sempre dei Radiohead. È il tipo di brano che ti fa capire che la musica può fare cose che le parole non riescono nemmeno ad avvicinarsi. Dopo averla ascoltata, ascolti tutto in modo diverso.
Come descriveresti la tua musica a qualcuno che non ti conosce?
La definirei pop elettronico sperimentale. Non è una definizione comodissima da usare nelle conversazioni, ma è quella più onesta. C’è la struttura del pop, c’è l’elettronica come linguaggio principale, e c’è una componente sperimentale che non mi permette di restare fermo in una formula. Non voglio fare sempre la stessa cosa.
Come nasce una tua canzone?
Dipende dai casi. A volte parto dai testi, a volte dalla melodia, a volte da un’emozione precisa o da un tema che voglio trattare. Non ho un metodo fisso e non credo che ce l’abbia la maggior parte dei musicisti che fanno roba interessante. Il processo è la parte che mi diverte di più — non sapere da dove arriverà la prossima idea.
C’è una canzone del tuo catalogo che senti più tua delle altre?
La canzone a cui sono più legato non è ancora uscita. È l’ultima traccia dell’album in uscita a novembre e si chiama “Goodbye”. Per me rappresenta la realizzazione di un sogno specifico: comporre un brano lungo — quasi sette minuti — che sia orecchiabile e dolce. Di solito si dà per scontato che un pezzo lungo debba essere difficile o progressivo in senso intellettuale. Io volevo dimostrare a me stesso che poteva essere lungo e accessibile allo stesso tempo.
Cosa cambia quando sali sul palco rispetto alla versione registrata?
Non ho ancora esperienze live di grande rilievo. Ma tra quelle che ho vissuto, c’è una che non dimentico: fare parte del concerto di Capodanno in Piazza Loggia a Brescia, insieme a un centinaio di altri musicisti bresciani, davanti a più di 5.000 persone. Quella sensazione di essere parte di qualcosa di più grande di te — fisicamente, non solo metaforicamente — è difficile da descrivere.
C’è stato un momento in cui hai messo in dubbio il tuo percorso?
Sì, tante volte. Lo penso ogni volta che ho il blocco dello scrittore. Arrivi a un punto in cui l’ispirazione non si fa viva e cominci a chiederti se stai sprecando energie su qualcosa che non funzionerà mai. Fortunatamente sono in un periodo in cui l’ispirazione non manca — ma so già che tornerà, quel momento. E so già che ci passerò di nuovo.
Com’è fare musica indipendente in Italia oggi?
Mancano i talent scout disposti a investire su un progetto perché ci credono davvero. Ci sono troppe speculazioni economiche, troppe promesse vane alimentate da bonifici. Il paradosso è che una figura totalmente indipendente — che scrive, compone, arrangia, mixa e masterizza i propri pezzi — risulta spesso scomoda, proprio perché non ha bisogno di servizi remunerati. Il sistema funziona bene quando puoi vendere qualcosa a qualcuno. Se non hai bisogno di niente, diventi difficile da inquadrare.
“Una figura totalmente indipendente che scrive, compone, arrangia, mixa e masterizza i suoi pezzi, a volte, risulta scomoda perché non ha bisogno di servizi remunerati.” — Ailex
Su cosa stai lavorando adesso?
Il calendario è pieno. Il 10 giugno esce un riarrangiamento di Like Spinning Plates dei Radiohead. Il 20 giugno esce un inedito, neverwannaseeyouagain, più orientato al pop che all’elettronica. Ad agosto un EP con due brani in stile hard elettronico. A novembre un album di 12 inediti, anticipato a ottobre da un singolo.
In parallelo sto collaborando come producer e arrangiatore con una cantautrice bergamasca, Alessandra Bugada. E sto lavorando a un progetto videoludico per cui scrivo musiche ed effetti sonori — un territorio completamente diverso, che mi sta insegnando molto sul rapporto tra suono e immagine in movimento.
Cosa diresti a un ragazzo giovane che vuole fare musica seriamente?
Di credere nella formazione musicale. Di non limitarsi al sogno di un’apparizione televisiva. La televisione può darti visibilità, ma non ti dà gli strumenti per durare. La formazione sì. E sono gli strumenti, alla fine, che ti tengono in piedi quando la visibilità arriva — e quando va via.
Dove seguire Ailex
Per restare aggiornato sulle uscite di Ailex e seguire il suo percorso, cercalo sulle principali piattaforme di streaming con il nome Ailex.